Nuove idee: Policentrismo e convergenza territoriale
CONTRIBUTO DEL RICERCATORE MAURIZIO IONICO. PER UN ‘DEBAT PUBLIC’
Ho sempre pensato che l’organizzazione e gestione territoriale non possano rappresentare un dominio esclusivamente delegato ai tecnici o alle strutture della Pubblica Amministrazione. Come sono convinto che un modello territoriale e le sue regole di governo devono saper sostenere i processi di trasformazione sulla base dei principi dell’equità, dell’armonia e dell’efficienza.
Oggi è necessario si affermi un “nuovo policentrismo” regionale che metta in relazione le dimensioni urbane incardinate sulle città capoluogo e su altre venti cittadine, i territori della manifattura e della logistica, il paesaggio naturale e quello agricolo. Si tratta di costruire un modello di convergenza territoriale, in termini del tutto originali, capace di accogliere, rielaborare e gestire le interdipendenze dovute alle robuste trasformazioni in corso e alle sfide del futuro.
Questo esito richiede di dare sostanza ad una forma federalista della programmazione e pianificazione e ad una nuova reciprocità istituzionale tra l’alto (la Regione) e il basso (la poliarchia costituita da Comuni e attori territoriali) poiché sfide globali e futuro delle comunità locali non sono dimensioni separate ma unite da un medesimo destino. Del resto, guardando ad un contesto più complesso, Mario Draghi sostiene che l’Europa ha bisogno di un “federalismo pragmatico” per far fronte alle gigantesche trasformazioni e anticipare possibili derive, mentre in coerenza con questo pensiero vi sono studiosi che ritengono che in questa fase della contemporaneità vi sia bisogno di “risemantizzare i territori” reinterpretandoli e riassegnando significati, valori e identità ai luoghi.
Ma quali sono i fattori destinati a ripensare il policentrismo e l’assetto urbano e territoriale? Le dinamiche demografiche rappresentano una parte di questa urgenza. Se l’Europa al 2100 avrà bisogno di includere 150 mln di immigrati (pari al 35% della popolazione) se vorrà esistere e competere, il Friuli Venezia Giulia dovrà almeno raddoppiare questa componente, oggi al 10% (123.000 persone). Si comprende che questo scenario avrà impatti culturali e sulla sicurezza come sull’organizzazione urbana e sociale. Le altre urgenze sono strettamente connesse con la necessità di risparmiare suolo (consumati altri 800 ha. negli ultimi 5 anni), di anticipare e adattarsi al cambiamento climatico che sta rivoluzionando la produzione agricola e il turismo (è previsto un aumento di 2-2,5°C al 2050), di predisporre un modello manifatturiero costituito da nuove specializzazioni produttive e dell’industria “future ready” basata sull’innovazione, intelligenza artificiale e sostenibilità a presidio delle funzioni dove si concentra maggiore valore nella competizione globale.
Si tratta di alcune questioni strategiche, per loro natura ecosistemiche, capaci di alimentare fitte interdipendenze e plasmare i rapporti urbani, sociali, economici determinando riflessi sull’assetto territoriale e sui meccanismi di funzionamento delle comunità.
Il governo del nostro ambiente, città e territori della produzione si avvale dei principi previsti dal Purg del 1978 e da un Piano di governo del territorio del 2013 dove, tra gli altri, prevalgono i confini amministrativi e visioni settoriali e verticali. Siamo collocati in una “terra di nessuno”, o della transizione, incapaci di governare con gli strumenti disponibili le dinamiche e flussi di idee, conoscenze, persone, merci, investimenti e capitali che ci attraversano come economia e come società In questa fase ci si limita, sbagliando, ad operare applicando specifiche “discipline urbanistiche” (sulla logistica come in altri settori) in assenza di un’idea compiuta del futuro assetto del territorio. Invece, è necessario immaginare che un intero sistema costituito dalle città di Gemona del Friuli, Udine, San Giorgio di Nogaro, Monfalcone e Trieste, ed i loro compendi di riferimento industriali, dell’innovazione e logistici, possa essere pensato come un organismo interconnesso in grado fornire organizzazione e servizi di qualità per far fronte a sfide complesse (demografia, migrazioni, clima, geoeconomia, accelerazioni tecnologiche).
Anche da qui la spinta ad una nuova idea del policentrismo e alla convergenza territoriale, avvalendosi di un modello istituzionale capace di corrispondere a questa prospettiva anche attraverso alleanze variabili tra sistemi locali e comunità di comuni, tra agenzie di sviluppo, autorità e consorzi.
Di fronte alle complessità e a scenari di disruption, che alterano consuetudini e approcci consolidati, non si assiste, per la verità, a visioni e comportamenti lungimiranti sui modi di gestire le trasformazioni in atto: vale per la coalizione di governo regionale, dove si registrano differenze rilevanti tra chi si occupa di sociale, di industria e di pianificazione urbanistica; come vale per le varie articolazioni del Friuli Venezia Giulia, siano esse formazioni politiche o rappresentanze degli interessi.
E tuttavia si sente la necessità di convenire non superficialmente sugli orizzonti e traguardi da raggiungere o sulle strategie da attuare, di comprendere come i sistemi possano essere, per un verso, preservati (natura, paesaggio, biodiversità, suolo, agricoltura) e, per l’altro, ripensati (città, produzioni, logistica).
La politica come rappresentanza della polis è chiamata a nutrire un pensiero e a costruire forme concrete di futuro traducendo visioni e alimentando la partecipazione. È fondamentale in questo senso avviare un reale débat public attorno ad un programma e ad un piano di governo del territorio che, in assenza di posizioni precostituite, permetta di “leggere” criticamente il contesto in cui siamo inseriti, si proponga di riavviare un ciclo di riproduzione delle risorse e della biodiversità, di assicurare un armonico assetto territoriale promuovendo i fattori endogeni dello sviluppo. E che parli di noi come persone e comunità, come famiglie e imprese. È un modo non frettoloso e generico che permette di formulare un’idea collettiva in cui le componenti costitutive la società regionale, proprio perché partecipi della sua formazione, possono riconoscersi.